Primo Premio ad Andrea Alberini

MOTIVAZIONE
Per l’analisi completa e puntuale dell’opera, che individua le tematiche portanti e le sviluppa in un discorso articolato; per lo sguardo penetrante, che restituisce in maniera particolareggiata la parabola umana e sociale dei protagonisti; per l’esposizione curata e rifinita; per la visione d’insieme e la capacità di elaborare un giudizio critico a tutto tondo.

Per queste ragioni conferiamo il premio di primo classificato a
Andrea Alberini per la recensione del film “Adua e le compagne“.

Adua (Simone Signoret, splendido casco d’oro) è disincantata, e un po’ sgarbata e ironica nel trattare le compagne. Niente di strano per una donna non più giovane che esercita il “mestiere”. Ma è ancora molto bella e determinata. Con altre tre colleghe più giovani, che la riconoscono come loro guida, decide di acquistare un casolare abbandonato nella campagna romana. Là avvieranno una trattoria che farà da copertura per il proseguimento della loro usuale attività.

L’ambiente rurale è ancora bello nonostante sia minacciato dalla modernità onnivora: i cantieri delle nuove e disumanizzanti borgate, infatti, sono nel pieno fermento del boom economico (siamo nel 1958). Ma sono proprio la quiete e la luminosità della campagna a trasformare inaspettatamente la vita delle quattro donne. Lolita (Sandra Milo, meravigliosa svampita), la più allegra, si abbandona al canto mentre prende il sole sul balcone. Milly (Gina Rovere), solida e attenta, cercando un momento di solitudine si siede – incantata – tra le lucciole, al crepuscolo, nell’erba, sotto una pianta. Marilina (Emmanuelle Riva), ansiosa e incostante, rintraccia il suo bambino e lo porta nella sua nuova casa. Adua, poi, incontra Piero (Marcello Mastroianni), fascinoso e fanfarone, e, lasciando da parte il suo sguardo disilluso sulla vita, gli si concede.

Col tempo il locale si fa un nome, proprio grazie alla bellezza del luogo e alla simpatia delle quattro amiche, e così cambia la loro inclinazione. Trascurano l’attività di un tempo e prendono gusto nel creare un ambiente accogliente e conviviale. L’apice di questo idillio viene ben rappresentato nella scena in cui Domenico Modugno, interpretando sé stesso come occasionale ospite del locale, prende la chitarra e riempie di canto alcuni minuti di autentica sospensione del tempo. Ormai la loro nuova vita è questa: darsi agli altri in altra veste rispetto a quella cui erano abituate.

Ma il passato fatica a passare. Il vecchio conoscente (Claudio Gora, maschera ferrea), avvocato e intrallazzatore, che aveva favorito l’avvio dell’attività, pretende la contropartita: una cospicua tangente mensile, ottenibile solo con l’esercizio della prostituzione. Cambiare il proprio destino non è così facile. Al frate, benigno e un po’ scontato vicino di casa, che cerca di consolare una disperata Marilina con la positività di un “non pensare al passato, pensa a quello che sarai nel futuro!”, lei risponde disarmante: “Nel futuro sarò quella che ero!”.

L’arco di parabola di questa metafora si chiude brutalmente. Al rifiuto convinto e gridato delle donne al loro “dominus” seguono la perdita della casa e la fine del sogno. La disperazione, la vergogna, la solitudine, la disgregazione. E il ricordo struggente, e persino ridicolizzato, di un passato che assume i contorni del mito.

A parte alcuni momenti caratterizzati da un moralismo forse un po’ troppo carico ed esibito, il film esprime bene e in modo originale un tema purtroppo classico: la drammatica distanza tra il ferreo controllo operato dalle forze dominanti nella società, improntato alla sopraffazione e allo scambio, e il tentativo sempre nuovo di instaurare rapporti basati, invece, sull’autonomia e la solidarietà.

Sembra che l’umanità continui a rimandare l’incontro con quello che forse è il suo vero destino. Quello di una vita più semplice e appagante.

Andrea Alberini