Secondo Premio a Matteo Orlando

MOTIVAZIONE
Per l’originalità del punto di vista; per la sicurezza e meticolosità dell’analisi critica; per la contestualizzazione dell’opera nell’ambito di un orizzonte filmico ampio e sfaccettato, elaborando confronti e rimandi intertestuali; per il linguaggio snello, preciso, e coinvolgente.

Per queste ragioni conferiamo il premio di secondo classificato a Matteo Orlando per la recensione del film Reign Over Me.

Charlie non vuole ricordare il lutto che l’ha colpito il giorno in cui moglie, figlie e cagnolino sono cadute vittime nella strage delle torri del World Trade Center. Da allora non vuole andare avanti, né indietro. È rimasto fermo ai lavori di ristrutturazione della cucina, che prosegue in un’eterna sospensione degna del fare e disfare di Penelope. Aspettando cosa non si sa. Alan, ex compagno di stanza all’università ai tempi di odontoiatria, interpretato da Don Cheadle, lo ritrova a distanza di anni, girovago per le vie della città, nei panni di Adam Sandler, che pare un Bob Dylan arruffato nel suo periodo opaco. È il volto bastonato dell’America post 11 Settembre.

Reign Over Me è un film magnetico e ambivalente, dove tutto sa di referenziale e al tempo stesso di simbolico e su più livelli. Binder cambia spesso il passo, lo stile, la prospettiva, ci spiazza continuamente con nuove traiettorie in una vicenda, che solo apparentemente sembra ferma, ma cangia invece continuamente sotto i nostri occhi.

Potrebbe, per esempio, venire fatto di chiedersi, in certi tratti della pellicola, se stiamo davvero osservando Charlie dal punto di vista di Alan, o se non stiamo invece osservando Alan e il mondo dal punto di vista di Charlie. Se, come in Essere John Malkovich, ma senza bisogno di mostrare la scena in cui si entra in quella stanza magica, non siamo entrati noi dentro la sua testa. In un mondo di donne maliarde che offrono le proprie grazie e vecchi amici solidali (uno è interpretato non a caso dallo stesso Binder), di videogiochi dove essere un Davide che abbatte torreggianti Golia (Shadow of the Colossus, PS2), di un monopattino agile e leggero con cui scivolare tra le fila di una realtà inerte, come il traffico per le strade di New York.

Potrebbe anche, in altri, venire da porsi una domanda, che il film forse davvero non ha il coraggio di porre, ma che c’è: cos’ha Charlie, in fondo, che non va? Vive di rock e film di Mel Brooks, non beve, non fuma, non si cura dei beni materiali, gli basta il “cinese”, è un solitario, d’accordo, ma dov’è il problema? E se fosse invece il lato sano, guarito anziché ferito, dell’America post 11-Settembre? E difatti dal confronto tra i due, è Alan ad andare in crisi non Charlie, lui ci va solo quando lo costringono a ricordare.

È questo il motivo conduttore, la non volontà di Charlie di superare il trauma che lo ha colpito. In questo senso, a differenza dei classici film incentrati sulla soluzione di un conflitto psichico, Reign Over Me ha il coraggio di sferrare un colpo inaspettato e affermare come, di fronte a certi tracolli emotivi, anche la psicanalisi non possa fare niente. Qui non c’è carta vincente della creatività che porta una speranza di guarigione, come ne La tela del ragno, anzi, la musica diventa un veicolo di isolamento in più, nella forma di due auricolari grandi come palmi di mano compressi sulle orecchie, come di chi non vuole ascoltare ragioni. Né c’è il potere catartico dell’agnizione finale: nel momento in cui Marnie finalmente ricorda lo shock dell’infanzia che l’ha portata a diventare cleptomane, imbocca in qualche modo la via d’uscita dal comportamento complusivo, mentre per Charlie la confessione/rivelazione schiude un vaso di Pandora dal quale escono fantasmi e lacrime, col pericolo di una chiusura ancora maggiore nel suo guscio.

Certo, c’è Donna Remar, che cerca disperata quello che Alan non le può dare, pronta a consolare anche Charlie, ma di tutto il film è il personaggio che suona più pretestuoso, nato più dall’esigenza di equilibrare un dramma che vuole alleggerire qua e là, che non da un’autentica motivazione narrativa.

Troppo facile credere che i due vedovi affranti siano l’uno la salvezza dell’altro. Binder sembra provarci, ma poi non ci sta: alla fine li lascia soli, ma Charlie non si schioda dal suo schermo e lei non ce la fa ad avvicinarsi, restando seduta alla sue spalle.

Matteo Orlando